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Partendo dall’assunto che essere poco desiderati si traduce in un disagio psicologico profondo, possiamo affermare che un corpo non amato può reagire con risposte di evitamento sociale, problemi affettivi o sessuali o addirittura sviluppare ansia e depressione.
L’autostima è in stretta relazione con l’immagine corporea percepita. Pertanto, bassi livelli di autostima non si traducono in sicurezza e positività. Anzi, mettono in azione una serie di meccanismi volti alla continua ricerca di approvazione degli altri.
Il bisogno di riconoscimento porta a rendersi gradevoli agli occhi altrui, in primis da un punto di vista estetico.
Talvolta però questa fissazione per la propria immagine, a discapito dell’ambiente che ci circonda, sfocia in un disturbo psico – estetico chiamato “narcisismo”.
Il termine “narcisismo” fu introdotto come concetto psico-analitico nel 1908 da Sadger, i cui commenti nel suo articolo del tempo, furono valutati positivamente anche da Freud.
Secondo quest’ultimo il narcisismo è uno stadio normale della vita, poiché si traduce nell’amore per sé.
Un innamoramento verso la propria immagine corporea che viene addirittura percepita come migliore di quella degli altri.
Il concetto di eccessivo amor proprio, nel tempo, è stato rivisto in termini psicologici. Più in particolare è stato definito come disturbo narcisistico della personalità.
La continua necessità di essere compiaciuti ed ammirati, fa vivere al narcisista una realtà immaginaria distante da quella reale.
La polarizzazione verso se stesso, lo rende egoista, insensibile, incapace di leggere la mente degli altri, per cui le relazioni con l’altro diventano complicate, quasi impossibili da coltivare sia da un punto di vista affettivo che sessuale.
La peculiarità è la totale mancanza di empatia. A sentimenti di grandiosità si contrappongono paura del confronto ed inferiorità, che se non controllate sfociano in reazioni di rabbia o attacchi di panico, senso di vuoto, insoddisfazione.
Chi soffre di narcisismo ha subito traumi legati all’attaccamento, mancanza di protezione o crescita psico – emotiva troppo celere, lamentando una ferita che nasconde una identità negata.
Questa costante ricerca di contemplazione verso la propria immagine e persistente ricerca di perfezionismo, trovano spesso soddisfazione nelle cure estetiche.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria “epidemia narcisistica”, ricca di una miriade di errori comportamentali nelle diverse aree del self caring.
Dal look off topic, alla cosmesi overloaded, all’altro che plastic free, diete cheto, digiuni intermittenti, bulimia, anoressia, obesità..e chi più ne ha più ne metta..l’esigenza estetica, compulsiva e “parossistica”, trova il suo culmine in un individualismo fanatico e menefreghista dei problemi che ci circondano.
I “prigionieri dello specchio” o dello schermo (soggetti fragili facilmente suggestionabili) navigano nel mare esistenziale in preda al mood del momento, suggerito da personalità di spicco, alias influencer, col solo obbiettivo di apparire piuttosto che essere.
L’attenzione verso l’estetica sarebbe plausibile, qualora promotrice di benessere ed armonia, con l’intento di migliorare il nostro aspetto tramite la valorizzazione degli impressionanti rivestimenti cutanei di cui siamo dotati, canali diretti con il nostro Io ed essi stessi costituenti l’Io Pelle, cosi come tramite la valorizzazione del caring, inteso come carezza, come contatto interpersonale, non necessariamente legato alle figure amorose, ma anche agli stessi operatori di settore.
Questa forma di narcisismo sottrae quantità e qualità alle salutari relazioni, ripiegando le energie esclusivamente su se stessi e su una effimera concentrazione verso il prodotto cosmetico o il trattamento di medicina estetica senza conoscerne gli esiti o l’utilità.
Questa forma di auto referenziazione nega il confronto con gli altri, con la natura, col mondo in generale. Già nell’800 il filosofo Hegel sottolineava la necessità dei rapporti sociali.
Come era stato per Aristotele, senza l’esperienza della socialità, l’uomo sarebbe vuoto, chiuso in un mondo illusorio, incapace di vedere ciò che realmente lo circonda.
Senza il nostro prossimo, rimaniamo come ci aveva descritto Leibniz, per il quale noi tutti siamo delle monadi (dal greco singolo, solo), incapaci di uscire dal nostro guscio, in grado di vedere la realtà solo attraverso uno specchio, un filtro, che ce la restituisce non per come essa è, ma per come noi la vogliamo pensare.

A cura della Dottoressa Casulli Antonella.

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